1964 -2014

La storia

IL SOGNO

  ... Ove giunge il sacerdote infatti,in genere,si crea un fermento e si muovono uomini e cose per la crescita morale e civile della gente del territorio…Sogno di potermi dedicare a un’opera di Carità e prego il Signore affinché nel corso del mio servizio, io possa coniugare evangelizzazione e attenzione all’ultimo tra gli ultimi”

Queste poche righe lasciateci come testimonianza dallo stesso Don Michele Cannizzo in occasione del suo Giubileo Sacerdotale, spiegano come egli matura la sua missione da giovane sacerdote facendo propri gli insegnamenti di Don Luigi Sturzo.
Missione cui Don M. Cannizzo dedicherà tutta la sua vita con coerenza e fedeltà. Partire dagli ultimi,quindi, per riscattare il loro dolore innocente e costruire speranza ed opportunità per il futuro.

L'inizio

Da giovane sacerdote, Don M. Cannizzo risiedeva presso il Seminario di Caltagirone e lì insegnava lettere e dedicava parecchio del suo tempo all’educazione dei ragazzi, confrontandosi spesso con i problemi che alcuni di questi manifestavano sul piano intellettivo e psichico.

Durante una passeggiata lungo il portico del Seminario, in compagnia di padre G. Verdemare, a Don Michele Cannizzo venne l’idea di occuparsi dei ragazzi disabili “gracili di mente”.

Da persona concreta quale Egli era, realizzò in breve tempo la sua idea mettendo a disposizione i locali della Parrocchia San Paolo Apostolo e ospitando lì i primi soggetti bisognosi di cure.

Anche in questo caso, così come per la costruzione della chiesa di San Paolo Apostolo, Don Michele Cannizzo si adoperò con passione, la stessa che lo aveva condotto a realizzare l’opera di evangelizzazione della contrada con mezzi e modi spesso adattati alle necessità, la stessa passione che lo indusse a chiedere e ottenere le prime opere di urbanizzazione della zona; venne, infatti, realizzata la strada bitumata e vi fu portata la corrente elettrica. Con la stessa passione, quindi, si apprestava a fornire assistenza agli ospiti della struttura mettendo a disposizione i pochi risparmi guadagnati con il lavoro di insegnante al fine di acquistare l’arredamento, fornire il vitto e il vestiario.

Con la sicurezza che ci perviene dal senno del poi, possiamo affermare che il semplice “prete di campagna” stava realizzando, inconsapevolmente forse, qualcosa che per il territorio calatino avrebbe rappresentato nel futuro occupazione e sviluppo, stava creando un’impresa che avrebbe portato lavoro e benessere per la popolazione.

In questo suo operare costruttivamente, don Michele Cannizzo è stato coadiuvato dall’importante aiuto delle sorelle Di Gregorio le quali anch’esse misero a disposizione della nascente opera il loro scrupoloso impegno.

Nel naturale succedere delle cose e perché progrediscano, era necessario dare concretezza alle idee e alle prospettive che si palesavano nella mente di don Michele Cannizzo. Occorreva dare una casa e una qualità di vita dignitosa agli ospiti e quindi con i risparmi furono comprati anche dei lotti di terreno: “…cinque tumoli furono comprati dalla zia Concettina Interlandi, sei mondelli da Iacupitto Rosiglione e 1200 mq dai nove fratelli e sorelle Milazzo…”.

Questi gli inizi da cui successivamente, grazie all’opera ingegneristica dell’ing. Salvatore Foti, sorse la nuova struttura dotata di ampi locali. Occorreva anche assegnare un nome all’opera che si stava portando avanti e muovendo dalla fede religiosa e dalla profonda devozione alla Vergine Maria nacque il “Focolare Regina Virginum per gracili di mente”. Inizialmente la struttura ospitò giovani donne e uomini gracili di mente le cui cause erano di natura organica, ospitò anche giovani che vivevano in condizioni di disagio socio-famigliare.

Alcune di queste persone, e a tal proposito ci piace ricordare la signorina Bonina, hanno poi lavorato presso l’istituto e, nel loro operare, hanno mostrato a chi è venuto dopo in ordine di tempo, una profonda gratitudine e devozione nei confronti di don Michele Cannizzo e della Signorina Concettina.

Di difficoltà ne sono state incontrate e affrontate sia di ordine burocratico sia organizzativo, ma la passione e la determinazione dei fondatori non si è mai arrestata, riuscendo a pianificare e risolvere ogni problematica.

Ci si rese conto che agli ospiti, oltre a fornire vitto e alloggio, occorreva trovare un’attività che potesse impegnarli, furono quindi avviati laboratori di tessitura della lana e per l’occasione furono comprate le prime macchine per lavorare la lana, mentre per quanti erano in età scolare, la sg.na Concettina, insegnante nelle locali scuole, li inseriva nelle classi eterogenee per età, esistenti nella contrada riuscendo a fornire loro un’istruzione di base.

Il primo organigramma della nascente struttura era costituito da:

Direttore Sanitario il dott Giorgio Ventura, psicologa la dott.ssa Agata Bellia, assistente sociale Sebastiano Russo, animatrici le sorelle Di Gregorio Concetta e Rosa ed altre giovani donne della parrocchia.

Chi ha lavorato nella struttura a quell’epoca, narra la meticolosità e la scrupolosità della gestione e non esita a definirla di tipo “famigliare”, i cui principi erano, oltre a quelli dell’assistenza dignitosa, quelli dell’economizzare.

 A tal proposito, anche per la valenza “educativa”che assumono specifici modelli di comportamento, appare opportuno sottolineare che sia don Michele Cannizzo che le signorine Di Gregorio appartenevano al loro tempo, avevano vissuto la guerra e ne avevano affrontato il senso di precarietà e insicurezza che tale situazione crea in chi ne fa esperienza e le cui conseguenze sono un generale bisogno di certezza. Verosimilmente, in loro la certezza era di avere nei magazzini tutto quanto, se non di più, occorreva e bisognava non farne spreco.

Don Michele Cannizzo, apparentemente non si curava delle praticità delle cose, seppure, a ben conoscerlo, manteneva un fiducioso controllo su tutto quanto accadeva. Era sempre teso a realizzare la sua missione: “Muovere uomini e cose e creare sviluppo”.

Egli aveva ed ha sempre mantenuto il ruolo del Padre, ascoltava tutti e per tutti aveva un sorriso e conforto da donare. Di don Michele Cannizzo tanto si è detto nelle varie occasioni che lo hanno celebrato, si è parlato del suo operare in termini di “azione religiosa”, di“azione sociale”, di “azione costruttiva”, ma non si dirà mai abbastanza della sua “azione generosa” e del suo essere generoso. Agli occhi di chi lo ha conosciuto e che nell’incontrarlo, è riuscito ad andare oltre l’uomo “imprenditore”, che pur padre Cannizzo è stato, ha potuto vedere l’uomo che non si è mai risparmiato e che è stato pronto a donare.  Chi ha avuto la giusta attenzione e intuizione ha potuto intravedere in padre Cannizzo una storia di coraggio, in cui l’intelligenza ha avuto un gran ruolo così come il rispetto per l’altro e per la sofferenza dell’altro, qualsiasi espressione essa abbia. Egli, tanto si è prodigato per chi a lui si è rivolto, coraggiosamente incurante del giudizio altrui e fiducioso sempre nell’onestà delle persone e dei buoni sentimenti.

È stato coraggioso anche nell’essere un buono e corretto datore di lavoro. Della generosità di Don Michele Cannizzo ne sono testimonianze non solo le opere da lui realizzate ma piuttosto le attività da lui sostenute, si pensi al Centro Aiuto Vita e al sostegno dato alle ragazze madri, alla stima e all’affetto che si legge negli occhi di uomini e donne quando ne parlano.

 

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